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Cenni storici


PISTOIA

La città di Pistoia è certamente, in ambito del tema dell’architettura civile e pubblica, un esempio di rottura della tradizione medievale toscana: infatti la lunga stagione del “barocco a Pistoia”, magnificenza civile, decoro e qualità dell’abitare produce tra il ‘600 ed il ‘700 altissimi esempi di edifici barocchi riconducibili piuttosto alla tradizione romana che a quelle delle città toscana che vissero l’influenza del potere politico ed economico mediceo; come se la non integrazione agli stili imposti dall’egemonia dei Medici rivelasse il carattere indipendentista della città, tramandandosi nei secoli e riscontrabile ancora oggi.

I temi stilistici sono riconducibili al “barocco pistoiese”, cento anni di frenetica attività, a partire dal 1630, per costruire, ricostruire, modellare e arricchire le dimore di proprietà delle nobili famiglie pistoiesi. Una sorta di gara per avere la casa più bella e più ricca e, per l’epoca, più moderna.

Promotore di questa ricca stagione di iniziative fu papa Giulio Rospigliosi (Clemente IX) che, attraverso una significativa opera di mecenatismo, orientò le esperienze artistiche dei patrizi pistoiesi verso le suggestive innovazioni del barocco romano.

Così, nell’ultimo ventennio del ‘600 e nel primo quarto del ‘700, in un periodo di profonda vivacità artistica e culturale, pittori, scultori, decoratori, incisori, scalpellini, stuccatori fra i più ricercati e apprezzati a Firenze e Roma, vennero ingaggiati per occuparsi di questi lavori che spesso durarono decenni.

Questi grandiosi edifici furono rimodellati non solo per colpire i visitatori ma anche per migliorare le condizioni di abitabilità e fornire un moderno comfort alle case e ai palazzi.

Tra questi edifici vale la pena citare “Palazzo Forteguerri”, che il 2 Agosto 1961 divenne sede dell’Automobile Club Pistoia, per mano dell’allora Presidente Comm. Giancarlo Maltagliati che acquistò l’edificio dalla Famiglia Vannucchi ultima proprietaria dell’immobile

Si può affermare, senza paura di smentita, che ancora oggi si tratta di una delle sedi più prestigiose tra gli edifici della pubblica amministrazione e in particolare tra quelle di disponibilità della Federazione ACI in Italia che onora con i suoi affreschi le attività istituzionali e sociali che in essa si svolgono.

E’ ormai imminente la pubblicazione di un volume curato dalla prof.ssa Carla Giuseppina Romby della Facoltà di Architettura dell’Università di Firenze che tratta nello specifico la storia e le caratteristiche architettoniche più peculiari dell’edificio.

Da diverso tempo i responsabili dell’A.C. Pistoia hanno intrapreso attività di qualificazione, manutenzione, e restauro costanti dell’edificio, pur nella continuità dei servizi al pubblico ed ai soci dell’Ente con l’intenzione di inserire il Palazzo nel circuito delle “giornate della cultura” organizzando visite guidate con l’apertura delle sale affrescate normalmente non accessibili al pubblico.



PALAZZO FORTEGUERRI (sede dell’A.C. Pistoia)


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L’edizione attuale del palazzo è il frutto di importanti lavori di ampliamento e aggiornamento di un edificio residenziale (sec. XIII) di cui resta qualche traccia nelle arcate di facciata e in un ambiente del piano ter-reno che presenta resti di decorazioni pittoriche alle pareti. Le decorazioni a motivi geometrici, arricchivano le pareti di quello che doveva essere un ambiente di rap-presentanza o comunque di particolare importanza nella distribuzione interna dei vani, come la sala da banchetto, un salotto od eventualmente lo “scrittoio” del padrone di casa. Il costume di trattare con apparati pittorici che simulavano panneggi di tessuti pregiati, decorazioni ad in-taglio o rivestimenti in marmi policromi, le pareti degli ambienti “nobili” della dimora, faceva parte di un costume diffuso nei ceti signorili e alto borghesi delle città toscane, come testimoniano i cicli pittorici della casa del famoso mercante Francesco di Marco Datini di Prato e il palazzo Davanzati di Firenze.

pannelli

Nel corso del Seicento e del Settecento, in concomitanza alla crescita del prestigio familiare e in particolare in riferimento alla carriera ecclesiastica di monsignor Niccolò (1674-1735), si dette avvio ad una sostan-ziale trasformazione della residenza in un moderno palazzo dotato di ambienti di rappresentanza e di tutti i comfort dell’abitare. L’intervento, realizzato con l’accorpamento di unità immobiliari e l’occupazione di spazi indentificati, prendeva il via nel marzo 1706 e nel dicembre 1707 il grosso dei lavori risultava già terminato; l’operazione era incentrata sulla sistemazione del piano nobile con gli appartamenti padronali e le sale di rappresentanza, cui si accedeva dallo scalone monumentale.



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Uno degli elementi caratterizzanti il rinnovamento della dimora signorile era rappresentato dallo scalone d’onore che conduceva al salone di rappresentanza ed agli appartamenti “di parata” del piano nobile. La formula adoperata per lo scalone era prevalentemente a due rampe parallele o, qualora gli spazi lo consen-tissero a tre rampe, una centrale e due parallele, in modo da consentire effetti scenografici accentuati da deco-razioni pittoriche e da stucchi alle pareti ed ai soffitti o volte. Più rara è la soluzione adottata in Palazzo Forteguerri, a tre rampe sviluppate lungo il perimetro del vano che utilizza una parte del preesistente cortile come ricordano i documenti:«Nel 1770 fu fatta la scala a tre branche nel cortile interno della casa di città con nuovo impianto di muri maestri per riquadrare detto cortile e impostarvi la volta sfondata come al presente; il di cui modello fu fatto da Ippolito Matteini e gli si diedero Lire 26.13.4».Lo scalone terminato da un sontuoso ballatoio in legno intagliato, immette nel “ricetto” che dava accesso al salone di rappresentanza; proprio per la sua funzione di tramite, il “ricetto” si arricchiva di apparati decorativi che rivelavano l’aggiornamento e il gusto del padrone di casa.



Il “ricetto” di Palazzo Forteguerri viene realizzato contemporaneamente allo scalone e gli apparati decorativi in stucco sono da attribuire a Tommasino Cremona, mentre «Da Francesco Carradori scultore pistoiese furono fatti i bassi rilievi nelle lunette e ovati del cupolino, come pure il busto rappresentante una testa di Apollo sopra la porta che mette dal ripiano nella scala del ricetto: e gli altri busti che veggonsi in detto ricetto sono di mano del Cornacchini pistoiese scultore di qualche nome anche in Roma, quali busti sono i ritratti di Monsignor Niccolò Forteguerri e di due suoi fratelli Atto e Prior Bernardino, con quello ancora di Maria Alessandra nata Conversini e moglie del suddetto Atto, ed una testa di invenzione collocata sopra la porta che mette in sala: il tutto eseguito di terra cotta con patina di bronzo...».



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stemma

La sala di rappresentanza o salone d’onore costituiva l’elemento centrale della dimora signorile non solo per le sue qualità dimensionali ma per gli apparati decorativi e le raccolte d’arte che contribuivano al prestigio della casata; inoltre al salone erano riservate soluzioni architettoniche particolari che miravano ad accentuarne le dimensioni e la scenografia. La sistemazione della sala del Palazzo Forteguerri può essere fatta risalire al 1763 quando si ricostruiva la volta in laterizio, mentre nel 1764 prendeva il via la decorazione pittorica affidata al pittore ornatista Ippolito Matteini (1720-1796) ed al quadraturista Giuseppe Gricci che realizzava il grandioso impianto di architettura illusiva delle pareti e della volta.

3.1

Il tema iconografico è la «Espugnazione e Incendio di Troia» restituito attraverso diversi episodi che compaiono rispettivamente nella volta (battaglia fra Greci e Troiani) e nei grandi ovali a monocromo fra cui è riconoscibile l’ingresso del cavallo di legno in città. Sulle pareti una serie di figure e scene a monocromo inserite fra l’archi-tettura rimandano agli eventi e simbologie del racconto omerico; le figure rappresentano le quattro virtù cardinali (Prudenza, Temperanza, Giustizia e Fortezza), le dee Atena e Afrodite, mentre nei medaglioni sopraporta (parete di sinistra) si distinguono scene dell’Eneide con Enea che saluta Didone e la Morte di Didone.